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Puntuale arriva infatti in conferenza stampa la domanda sull finita con Fedez. Il rapper non solo ha Rovazzi e gli ha fatto da manager contribuendo di fatto al successo dei primi singoli, ma aveva costruito con il suo un che sembrava indissolubile, almeno a giudicare dai social che li vedevano realmente inseparabili. Poi la rottura improvvisa, apparentemente ingiustificata..

A Londra la moda è capeggiata da Vivienne Westwood eMalcom McLaren che diventano gli stilisti simbolo del movimento punk con le loro t shirt stracciate, le spille, le borchie e la pelle, mentrea New York ci sonoHalston, Calvin Klein, Stephen Sprouse e un Gianni Versace agli esordi (allora disegnava per Complice) con pantaloni di pelle e t shirt di seta. Thierry Mugler con grandi spalle e silhouette futuristica eClaude Montana con un look aggressivo gonne, giacconi, ricami enormi posizionati in ogni parte dei capi e con foglie oro e strass sempre su pelle nera. AncheGiorgio Armani ne fa un uso per pantaloni e giacche lavorate con forme ampie e lavorazioni particolari.

Nel settembre scorso, quando la compagnia irlandese decise di aumentare la propria attività su Malpensa, mossa provvidenziale per il dopo Expo, il boss di Ryanair, Davide O disse papale papale: Gli italiani preferiscono una compagnia a basso costo e alto servizio come noi, piuttosto che una dai prezzi alti e dal servizio rubbish (spazzatura, ndr) come Alitalia. La loro strategia è mandare gente ad Abu Dhabi e Berlino, il nostro obiettivo è dare un servizio agli italiani, siamo noi oggi la compagnia nazionale italiana. Nella stessa occasione, bocciò il Piano nazionale aeroporti (un monopolio di sistemi negativo per i consumatori), e criticò il Fondo di sostegno per il trasporto aereo: Sono soldi per i piloti Alitalia, che ai viaggiatori italiani sono costati 488 milioni e ai nostri viaggiatori 117 milioni di euro..

Paul Krugman, che non è un calvinista ma un gigantesco cervello ebraico dell’economia liberal e keynesiana, non un neoliberista, cui non per sua colpa è toccato un Nobel come economista americano, continua a ripetere nel New York Times , che non è Le Figaro , una verità assoluta, di quelle che ci vuole molta psicologia depressiva o molta furbizia politica per non voler afferrare: l’euro è in crisi perché, senza un prestatore di ultima istanza come la Bce, che fermi l’aggressività dei mercati, coloro che prestano o giudicano il livello dell’indebitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette titoli. Per la Grecia è successo quel casino che tutti sappiamo, ma è un’economia periferica, oltre che un popolo che vive di fierezza giusta e di ingiusta opulenza assistenziale. L’Italia è diversa, è un altro caso.

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